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La Shell veste a lutto la Magdalena, di Monica Centofante

La Shell veste a lutto la Magdalena

 

 

 14 marzo 2009
Cinque milioni e 400mila litri secondo i dati ufficiali, 6milioni e 750mila secondo quelli ufficiosi. 
VIDEO ALL’INTERNO!


E’ la quantità di idrocarburi sversati nel Rio de la Plata nel 1999: sicuramente uno dei più gravi disastri ambientali in acqua dolce che la storia ricordi e che, ancora oggi, continua a seminare morte.
Eppure a distanza di oltre dieci anni i responsabili di quel dramma ecologico non hanno ancora pagato il loro debito con la giustizia. E il motivo di tanto ritardo è presto detto: dietro a quella disgrazia ci sarebbe un colosso dell’industria energetica, la Shell Capsa, rimasta impunita nonostante abbia ammesso la propria responsabilità nello sversamento del petrolio.
Questa triste storia inizia esattamente il 15 gennaio del 1999 con uno scontro tra due navi – la Sea Paranà e la Estrella Pampeana – al largo del Rio de La Plata. Una di queste, la Estrella Pampeana, trasporta idrocarburi marca Shell, che a seguito dell’impatto scivolano nel fiume vestendo a lutto, solo due giorni più tardi, la costa di Magdalena. Per trenta chilometri.
A contribuire a causare il disastro, avrebbero accertato successive indagini, un guasto alla strumentazione di bordo di una delle due navi, troppo vecchia e inadeguata a quel trasporto, l’assenza del doppio scafo per evitare la fuoriuscita del greggio, la carenza di mezzi idonei a raccogliere la sostanza riversata nell’acqua e, infine, gli insufficienti tentativi di ripulire la costa in tempi rapidi.
L’inchiesta sul caso parte il 27 dicembre dell’anno successivo ed è inizialmente condotta dai dottori Julio Cesar Miralles e Gustavo R. De Blanco dell’Ufficio del Giudice Federale de La Plata n. 4.
Sono loro che si occupano del fascicolo numero 31807 contro Bincaz Jose Luis + altri c/o Shell Capsa, che continua a passare da un ufficio all’altro, ma che nessuno sembra voler davvero aprire.
Da quell’anno, infatti, il procedimento principale è quasi “paralizzato”, prima per “colpa” di una clausola prevista dal Codice processuale della Nazione e definita: “Sospensione a tempo indeterminato”, poi perché l’incarico passa all’Ufficio del Giudice Federale n. 3 e qui avanza con impressionante lentezza. A tutto vantaggio della Shell, che vede slittare il processo nei suoi confronti mentre su quella costa il livello di contaminazione continua ad aumentare.
Per comprendere cosa significhi tutto questo per la salute dell’ambiente e delle persone che ci vivono basta leggere i dati, che parlano di un numero sempre crescente di morti misteriose di bambini e adulti, del propagarsi di anomali disturbi alla vista e all’udito, di malattie della pelle o del fegato. Oltre all’inquinamento della costa, non visibile ad occhio nudo, ma invasivo come un cancro. “Un rapporto di un gruppo di investigatori indipendenti che hanno analizzato immagini satellitari – racconta il giornalista Nicolàs Maldonado – parla di serie alterazioni dell’ecosistema rivierasco della zona. Mentre un altro studio, commissionato dagli abitanti del luogo a un laboratorio privato, pone l’allarme su livelli altissimi di contaminazione da idrocarburi nell’acqua di cui si rifornisce la popolazione”. “Abbiamo un’analisi di laboratorio”, aggiunge a questo proposito Mirta N. Oliver, avvocato di molte delle vittime, “che prova come la presenza di idrocarburi è di 800 volte superiore al livello massimo consentito per le acque navigabili. Ma qui parliamo di acqua da bere!”
A Magdalena ci sono poi “ferite”, come qualcuno le definisce, che dal satellite non si possono vedere: “Quelle di un popolo diviso da incomprensioni”, continua Maldonado, perché alcuni, dopo aver aspettato invano la giustizia per dieci anni, hanno deciso di accettare un indennizzo dall’impresa Shell, chiudendo così la questione. Mentre altri continuano a combattere.
Finora la Shell ha risarcito una trentina di persone a ciascuna delle quali ha dato 10mila dollari, cosa che non è servita a loro e non ha risolto il problema ambientale. Mentre sono in molti, quasi 500, a pretendere una somma pari a un miliardo di pesos per i danni subiti. Dal momento che, sostengono, lo sversamento non ha causato solo enormi perdite economiche e gravi alterazioni all’ambiente, ma la morte di diversi magdalensi. Tra questi molti giovani, all’epoca dei fatti minorenni, alcuni dei quali ingaggiati dalla stessa Shell per ripulire il fiume in seguito all’incidente, ma non avvisati della pericolosità dell’impiego e lasciati in quelle acque senza indumenti protettivi. Violando in questo modo, denunciano i loro legali, “i diritti umani e i diritti del fanciullo in forma indiscriminata, abusiva e ripetitiva”.
La Shell, ovviamente, nega le accuse e difende a spada tratta i lavori di recupero ambientale svolti in seguito allo scontro tra le due navi, sostenendo che da tre anni a questa parte i valori della presenza di idrocarburi nella fauna, nella flora e nell’acqua sono tornati normali. Una menzogna secondo i cittadini argentini di cui si fa portavoce Alejandro Meitin, membro fondatore della Ong Ala Plastica. “Noi non vogliamo soldi – dichiara Meitin ai microfoni di Maldonado – vogliamo semplicemente che la Shell ripari al danno provocato. Troppe sono le prove che i lavori di recupero ambientale effettuati nell’immediatezza dei fatti non sono serviti a molto”. Come quelle presentate da Marcel Achkar, cattedra in Scienze Ambientali all’Università della Repubblica e autore di numerose pubblicazioni, tra le altre, sulla sostenibilità del sistema ambientale. La sua investigazione è basata sulle immagini satellitari scattate prima e dopo il disastro e conferma l’entità dei danni. “In sostanza – spiega – l’alterazione dell’ecosistema costiero, per l’imponenza dell’impatto ambientale, non è indietreggiata nel corso di questi dieci anni” e immensi sono i danni provocati alla vegetazione, in particolare ai giunchi che formano una vera e propria barriera sulla costa. E che quando erano sani rappresentavano una delle principali risorse economiche per gli abitanti della zona, molti dei quali vivevano proprio della raccolta e della vendita di queste piante. Si chiamano “junqueros” e oggi non sono più di una trentina. “Quello che una volta raccoglievamo in tre ore – spiega uno di loro, Luis Verseci – oggi si raccoglie, se va bene, in una settimana”. Perché a causa dell’incidente, racconta, “si sono rovinati centinaia di ettari di giunco e bisogna camminare a lungo prima di trovarne di buona qualità”. Con deciso rammarico aggiunge: se “una volta le piante erano alte tre metri, oggi a malapena superano il metro e si seccano in punta”. E’ per questo che uno dei più giovani tra loro, il minorenne Luis Pedro Pucheta, l’8 gennaio del 2004 ha deciso di togliersi la vita. In preda ad una profonda depressione per la perdita del proprio lavoro e perché attanagliato dall’angoscia per un processo che per troppi anni è rimasto quasi completamente arenato.
Nonostante i tentativi dei genitori, il suicidio del giovane non è stato ammesso come nuovo elemento di prova a processo insieme a tanti altri fascicoli, esposti e denunce di ogni genere rimasti inascoltati.
Alejandro Meitin è adirato. “E’ venuto il tempo di fare qualcosa – dice -. In tutti questi anni la Shell non ha fatto altro che ricorrere a stratagemmi legali per dilatare i tempi processuali”.
Ma per capire perché, nel concreto, non si è giunti a nessun risultato effettivo basta dare un’occhiata ai nomi dei giudici che si sono occupati del caso. A partire dal giudice federale Ricardo Ferrer, che rinunciò all’incarico per evitare di essere giudicato e dover presentare prove che in qualche modo avrebbero potuto alterare le accuse mosse nei suoi confronti: ossia quelle di aver ricevuto mazzette da TN Sports. O dal giudice Julio Miralles, anche lui nei guai con la giustizia e anche lui “costretto” a rinunciare al suo incarico per sottrarsi al giudizio politico.
Ma il piatto forte è sicuramente la Camera dei Giudici: composta da Ricardo Gustavo Recondo, Guillermo Alberto Antelo e Graciela Medina. Quest’ultima è sposata con Julio Cesar Rivero, avvocato della Shell Capsa. Tra i principali clienti del suo studio figurerebbero la ditta “Nobleza Piccardo S.A.”, sede argentina della British Tobacco, la Atanor S.A., la Bank Boston e, ovviamente, la stessa Shell Capsa (vedi:
www.rivera.com.ar/practica/areas/ ). Per quanto riguarda Guillermo Alberto Antelo è un articolo del quotidiano “Pagina 12” (vedi:  “http://www.pagina12.com.ar.diario/elpais/1-5460-2002-05-23.html “) a rivelare che questo sarebbe nientemeno che un ex-consigliere della Shell e dell’Ente dei petrolieri locali.
Detto questo non possiamo che domandarci: c’entrerà qualcosa, questo, con il fatto che i ricorsi dei legali delle vittime vengono costantemente respinti?
E mentre gli avvocati proseguono la lotta con tutte le loro forze i magdalensi continuano a morire, alcuni giudici violano le norme etiche, altri sono distratti. E le cause continuano ad essere respinte.

 

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13872/48/

14 de marzo de 2009

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